19.11.2021
cinema

Intervista a Joao Botelho

G.M. Hai studiato ingegneria, cosa resta nel tuo cinema di quegli studi?

J.B. La struttura dei film. Matematica. Ho avuto la ventura di avere una piccola bella catastrofe: avevo 25 anni e ci fu la rivoluzione in Portogallo (Rivoluzione dei garofani, n.d.t.), ho finito di studiare ingegneria e ho cambiato la mia vita. Andai alla scuola di cinema, a 25 anni. Venivo dal cinema dei cinefili. Quando ero ragazzo ero scappato dal Portogallo ed ero andato in Inghilterra – lavoravo nei ristoranti – Germania, Svezia e alla fine arrivai alla Cinémathèque francaise e lì vedevo 6 film al giorno. Non pensavo di diventare regista, era un vizio, come le sigarette, il caffè… andavo al cinema, vedevo molti film e guardando film sono arrivato al cinema.
Nel 1974 ci fu la rivoluzione in Portogallo e andai a Oporto e andai alla scuola di cinema. Non ho niente a che fare con l’ingegneria, le macchine… odio quelle cose. Non mi piacevano. E arrivai al cinema.

G.M. Fernando Pessoa.

J.B. Pessoa è un extraterrestre, è un alieno. Il mio primo film è su di lui, una conversazione tra lui e Mário de Sá-Carneiro (Conversa acabada, 1981, n.d.t.). All’inizio era un documentario, poi il girato era così potente che ne feci una fiction. Come un dialogo tra padre e figlio, Marcel Sá fu un grande poeta – morì a 25 anni e così era una sorta di professore che correggeva i suoi poemi, c’erano molte relazioni, lettere, appunti.
Pessoa era una persona davvero strana, molto sola… era una persona che respingeva, non c’era nessuno che potesse fargli compagnia, così lui inventò una serie di personaggi con cui parlare, molto differenti l’uno dall’altro. I più importanti sono Alberto Caeiro, Riccardo Reis, Álvaro de Campos… diversi personaggi. Studiò, da giovane, in Sud Africa, imparò l’inglese, lesse Shakespeare all’età di 10 anni… Arrivò in Portogallo all’età di undici anni e cominciò a fare una grande conversione verso il portoghese.
Scrisse una bella frase nel Libro dell’inquietudine. Diceva “la mia terra è la mia lingua”, la lingua portoghese è la mia terra e disse una cosa bellissima: io non scrivo portoghese, scrivo da me stesso. È stato un grandissimo insegnante per me, per la lingua portoghese. È tra i grandi come Camoens, Padre António Vieira, che lui amava molto… era una persona molto solitaria.
Quando morì lasciò ventisettemila pagine non pubblicate; in vita pubblicò solo due libri, uno in inglese, di poemi e un piccolo libro, Mensagem, e lasciò il suo intero lavoro in un’arca. Ero molto felice quando ho girato il mio primo film, Conversa Acabada, su Pessoa, di avere a casa mia quell’arca, l’arca di Pessoa, con tutti i testi, mi noleggiarono l’arca ed ero molto contento.

G.M. Amo molto Pessoa, Il libro dell’inquietudine…

J.B. Ho fatto un film da quel libro

G.M. Filme do Desassossego

J.B. Si.

G.M. Hai fatto molti film tratti da libri, come Hard times e consoci bene il Moby Dick…

J.B. Si, ho fatto un documentario su Moby Dick. Ho girato da Diderot, Jacques il fatalista, dalla grande scrittrice portoghese Agustina Bessa-Luís e da Almeida Garrett un’opera importante sul Portogallo durante l’occupazione spagnola… ho girato da Pessoa, Os maias da Eça de Queirós, ho fatto un film su un grande poeta chiamato Alexandre O’Neill, un poeta moderno, così non devo scrivere…

G.M. È un metodo? C’è qualcosa nel rapporto cinema-letteratura che ti ispira?

J.B. Ho trovato la mia strada in questo, perché il testo per me è un materiale, come il personaggio, la storia… Per me il cinema è ombra e luce e le paure degli esseri umani con i loro problemi di ombra e luce, gli ottimisti vanno verso la luce, i pessimisti verso l’ombra. Ma il personaggio principale dei miei film è il testo, più dei protagonisti, il testo, quello che voglio esprimere; perché il cinema ha un problema, non può raggiungere l’astrazione, non può essere come Schönberg nella musica, non è astrazione, racconta qualcosa, racconta storie. Ma il cinema, per me, non è la storia. Posso dare lo stesso testo a te o a tua figlia e faremmo tre differenti film. Il cinema non è la storia. Non è quando è successo, ma come lo giri, come metti la camera. Il mio modo di girare è diverso dagli altri. Questo (indica lo schermo) è finzione, Io posso girare questo per due giorni, tua figlia per due mesi a 24 fotogrammi al secondo e poi metterli insieme, cosa è vero nel cinema? Quello che la gente sente; quando piangi, quando sei depresso, quando ridi, quello è vero. Quello che passa al cinema è tutto falso.
E io ho un grande debito col vostro Rossellini. È mio padre più di Oliveira. Perché Rossellini mi ha mostrato come fare il cinema con niente. È forse stupido a dirsi, ma non amo Visconti ma Rossellini, non amo Mizoguchi ma Ozu, non Welles ma Ford. Perché capisco che sono persone che possono creare emozioni con meno… con piccoli mezzi.

G.M. Hai parlato di Manoel De Oliveira…

J.B. Si, è un secondo padre per me. Ho cominciato a capire come girare quando ero alla scuola del cinema, perché ho realizzato una rivista e il primo numero era su Oliveira. Ho visto Oliveira girare “Amour de perdition” ogni giorno, per due mesi, e così ho capito come girare. Lui mi ha insegnato moltissime cose, una volta mi disse una frase fantastica: “Se non hai abbastanza soldi per riprendere una carrozza tu riprendi la ruota, ma riprendila benissimo.” Quindi non spendi molti soldi ma fai quello che è necessario. Era una persona fantastica, un grande regista… non ha mai fatto concessioni, lui non ha mai fatto film per le persone, li faceva per sè stesso e poi li mostrava, è un modo molto intelligente di fare cinema.

G.M. È stato ospite dell’Efebo vent’anni fa ad Agrigento…

J.B. Era un tipo simpatico, ma era anche molto conservatore, le idee, la religione, ma quando girava era materialista: la fisica della metafisica, l’anima delle pietre…

G.M. La religione.

J.B. Si, all’inizio ero cattolico adesso meno…ma penso di credere… non lo so! La nostra formazione in Portogallo è molto cattolica…. Ho visto molte cose, ho studiato, ma c’è sempre una relazione con un qualcosa che non capisci… e poi se vai in aereo sull’Alentejo vedi tutto… guardi il cielo e sei piccolissimo! Che succede? Non ne sappiamo nulla.

G.M. E la politica? O la dittatura?

J.B. Sono stato molto fortunato da ragazzo; quando ero giovane avevamo il fascismo in Portogallo, che era molto duro nella mente più che nel corpo….

G.M. Il film che vedremo oggi parla proprio di questo, il momento di Salazar…

J.B. Si proprio quello… era un momento molto interessante… è cominciato con cose molto oscure, è stato il consolidamento del fascismo portoghese ma allo stesso tempo c’era la guerra civile in Spagna, cominciava anche l’ascesa del vostro Mussolini, e Hitler. Quello che mi interessa di quel periodo è che è molto vicino a ciò che accade oggi, molto molto vicino. Perché il populismo sta crescendo, ci sono nuove dittature, in Cina come anche in Europa, gli estremismi, la destra stanno crescendo. È come un cerchio: non abbiamo mai smesso. Saramago ha scritto un piccolo libro, un diario, quasi ora per ora nell’arco di nove mesi cosa succedeva in Portogallo e nel mondo. È un fantastico documento storico di quel periodo. E ci sono molte cose che sono come oggi, c’è sempre il pericolo, l’avidità, l’ambizione. Bezos, Amazon… ci sono molte persone povere e pochissime persone ricche, che controllano tutto; gli I-phone, il controllo della mente…ma io ero fortunato perché c’era il fascismo ma c’era anche una piccola rivoluzione nelle università nel 69’, anche quello ha cambiato la mia vita… e poi il 25 Aprile 1974. Io amo i miei figli, ho tre figli, li amo… ma quell’anno è stato l’anno migliore della mia vita: il 74’-75’ in Portogallo, ha cambiato la mia vita, ha cambiato tutto, il mio modo di pensare, di lavorare… la mia formazione. Poi i miei figli… ero al massimo della libertà, poi con i miei figli ho quasi perso quella libertà.

G.M. Capisco…e com’è adesso la situazione del cinema portoghese?

J.B. Il cinema è molto limitato ma anche molto inventivo…ma molto piccolo, facciamo circa tra sei e dieci film all’anno; sono molto pochi, io sono fortunato, ho girato per quarant’anni e ho fatto trentotto film…venti lungometraggi, venti documentari o cortometraggi…sono molto fortunato, ma adesso è più dura, molto più dura per i giovani iniziare nel cinema. Abbiamo una cosa fantastica: siccome non abbiamo un mercato, puoi fare un film come se scrivessi un libro, come se dipingessi una tela, sei libero di girare perché non hai restrizioni, non c’è mercato. Puoi fare anche una cosa molto strana!

G.M. Ho letto che hai fatto una serie dal film O ano da morte…

J.B. Si, si, è la stessa cosa, ma ho girato molto e poi ho diviso

G.M. Grazie!

J.B. Ma prego signore! Sono molto felice di essere qui con le due cose che amo, il cinema e la letteratura.

G.M. Siamo molto onorati di averti qui, un importante regista europeo e un importante regista portoghese…

J.B. Grazie! Non sono importante…amo il cinema!

G.M. Noi sappiamo molto poco del cinema portoghese e sappiamo poco del cinema di Joao Botelho!

J.B. Io sono stato quattro volte in concorso a Venezia…a Pesaro, ma la prima volta che ho visto l’Italia, e l’ho amata, ero in un piccolo gruppo di teatro e facevamo un tour per l’Italia, partendo da Parma fino a Firenze e Venezia…avevo diciott’anni e ho amato l’Italia… ho amato la Costa Amalfitana. E adesso ho visto la Sicilia! Ho visto Palermo! Palermo è fantastica, ho visto molti palazzi e… Sono stato a vedere l’Opera ieri sera, per vedere il Teatro.

G.M. Grazie Joao.

J.B. Grazie!