La 48a edizione dell’Efebo d’Oro Film Festival, in programma a Palermo dal 7 al 15 novembre 2026 presso i Cantieri Culturali alla Zisa, dedica un focus sul regista francese Damien Odoul, autore che si muove fra poesia e cinema, poco conosciuto in Italia ma da sempre presente nei festival internazionali coi suoi titoli più importanti e provocatori.
L’approfondimento – che arriva a Palermo immediatamente dopo la retrospettiva in programma alla Cinémathèque Française (21 – 29 ottobre) e anticipa il tour del regista presso gli Istituti di cultura francese di Napoli, Roma e Firenze -, comprende la proiezione di quattro film di Damien Odoul: a cominciare dall’anteprima nazionale del suo lungometraggio À la grâce de Dieu (2026), documentario su un artista di Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo; in prima proiezione italiana anche il restauro dell’opera di esordio di Odoul Moraisseix!! del 1992; e ancora Le souffle, presentato a Venezia nel 2001, e La peur, film di guerra vincitore del Prix Jean Vigo nel 2015.
Al contempo nel corso del festival il regista terrà una masterclass condotta da Éric Biagi (direttore dell’Institut français di Palermo) fissata per giovedì 12 novembre (ore 16, Accademia di Belle Arti – Aula Magna di via Papireto); venerdì 13 (ore 18, Cre.Zi Plus) Odoul presenterà inoltre al pubblico la sua più recente raccolta di poesie “cent un poèmes / centouno poesie 1985-2009” (2026 Edizionidellassenza), in dialogo con Luisa Stella (scrittrice e curatrice del volume).
Il focus dell’Efebo d’Oro Film Festival dedicato a Damien Odoul è realizzato in collaborazione con l’Institut français di Palermo.
Damien Odoul
Damien Odoul ha scritto e diretto dieci lungometraggi, selezionati in prestigiosi festival (Mostra del Cinema di Venezia, Quinzaine des Réalisateurs, Berlinale…), e nel 2015 ha vinto il Premio Jean Vigo per La peur, adattato dall’omonimo romanzo di Gabriel Chevallier. Ha inoltre realizzato cinque documentari creativi, undici cortometraggi di finzione e una ventina di opere di videoarte. Nel 2016 ha presentato Les Visions, una mostra fotografica e video presso la Galleria Laure Roynette di Parigi. Nel 2017 ha pubblicato un libro sul suo lavoro, Résurrection permanente d’un cinéaste amoureux, illustrato da Yves Noyau. La sua multidisciplinarietà spazia dalle web series alle mostre d’arte e alla poesia. Tra i suoi film si segnalano: il suo debutto Morasseix (1992), presentato a Venezia; Le souffle/Deep Breath (2001), presentato anch’esso a Venezia; Errance (2002), presentato a Toronto; After Us We’re Gone (2004), presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Ha appena completato la sua ultima opera, il documentario di lungometraggio À la grâce de Dieu, che segna la fine della carriera cinematografica di Damien Odoul. In questa occasione, dal 21 al 29 ottobre 2026 è in programma una retrospettiva completa della sua produzione cinematografica presso la Cinémathèque Française di Parigi. (cinematheque.fr/cycle/damien-odoul-1624.html)
Morasseix (Francia 1992)
Nel villaggio di Morasseix, Lili, figlia di una parrucchiera, è innamorata di César, che non prende nulla sul serio. Quando César scopre che Douze (“dodici” come il calibro del suo fucile) è caduto sotto il fascino della giovane donna, la spinge tra le braccia del suo migliore amico, anche a costo di sprofondare nell’autodistruzione. Rimasto inedito per dodici anni, il primo lungometraggio di Damien Odoul (che interpreta César), girato quando aveva 24 anni, si immerge con una cruda poesia nella Francia rurale, per catturare un’umanità al contempo violenta, assurda e commovente, dove già si rivela il suo singolare sguardo autoriale.
Una galleria di personaggi impressionanti, in cui il grottesco si contamina inesorabilmente con la loro “selvaggia” innocenza.
Le souffle/Deep Breath (Francia 2001)
Il quindicenne David vive la quotidianità della campagna con i due zii allevatori, attratto e repulso in egual misura dai crudi riti della fattoria, ivi compresi quelli della rozza mascolinità da esibire in chiacchiere, sbronze e oscenità di varia forma. Una volta aderito al suo lato più animalesco tramite l’alcol, David comincia a penetrare in una sorta di allucinazione in cui la realtà della campagna e dei suoi drammi familiari può scartare in incubi di violenza, di desiderio, di musica oscura.
L’esordio al lungometraggio di finzione di Damien Odoul è come un rito iniziatico obliquo e senza regole, il modo più “naturale” per iniziarsi all’anarchia dei sensi e dei sentimenti della vita. Un racconto di formazione che ruota attorno a un corpo gettato nella natura e pronto a imparare a vivere tramite esperienze estreme e oltre i confini del controllo, perché crescere è anche trovare il cortocircuito fra il fango, il sesso, le budella e la paura delle responsabilità.
La peur (Francia, Canada 2015) – Dal romanzo: “La peur” di Gabriel Chevallier –
È il 1914 e il francese Gabriel va alla guerra, in una Francia avvilita dallo spirito patriottico e dalle più basse pulsioni belligeranti. Dall’inferno delle trincee manda lettere all’amata Marguerite, che anno dopo anno cade nell’oblio e diventa un lontano sogno, mentre assiste alle più atroci sofferenze dei suoi commilitoni e al lento scadere nella follia di chi gli sta intorno.
Damien Odoul sostiene che l’orrore della guerra, come il diavolo, stia nei dettagli: un’ape che si poggia sullo squarcio della schiena di Gabriel, un cadavere da spostare da una pozzanghera perché un soldato possa abbeverarsi, una farfalla che viene polverizzata da un proiettile di pistola, un urlo intravisto tra la fuliggine e le fiamme. Un film sulla poesia come forma di resistenza all’abitudine del Male.
À la grâce de Dieu (Francia, Repubblica Domenicana del Congo 2026)
Quella di art brut è una definizione novecentesca che cerca di incasellare l’inettichettabile “arte grezza”, quella che spontaneamente cresce e si diffonde nei tessuti urbani, negli ambienti, nelle immaginazioni degli artisti, senza seguire mode, target o necessità materiali. Un arte che si fa per se stessi, perché altrimenti si muore, come sosteneva Van Gogh e come ribadisce il curatore Simon Njami, l’accompagnatore di Damien Odoul a Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo, alla ricerca di David, un misterioso artiste brut in cui il regista francese forse vede un suo doppio, o un alter ego. Nella sospensione chiaroscurale delle folle metropolitane di Kinshasa, Odoul naviga seguendo la scia delle passeggiate (e delle parole) di Njami, alla ricerca di quello che sembra un fantasma, l’autore di opere senza un autore vero, libere, risultato automatico di un inesauribile vitalità creativa.
